Ogni giorno, in Italia, migliaia di cittadini – per lo più in forma volontaria – sono impegnati nella lotta allo spreco alimentare. Raccolgono le eccedenze da supermercati, mercati ortofrutticoli, aziende agricole e alimentari, piattaforme logistiche e negozi di vicinato, per poi ridistribuirle, nella maggioranza dei casi a chi ne ha bisogno.
A Bergamo lo facciamo dal 2018 con la Dispensa Sociale, progetto di Namasté cooperativa sociale insieme a Ridò ODV. Niente di tanto diverso da quello che accade a Milano con l’associazione Recup o nelle altre città, italiane ed europee, che ho visitato alla ricerca di progetti sul tema. Negli ultimi anni, infatti, ho iniziato a interrogarmi sul senso delle nostre attività. E per farlo ho cercato il confronto con realtà diverse, per storia, territorio e idee, che si occupano di contrasto allo spreco alimentare. È da questi incontri che “nasce” il libro “Nostra Eccedenza. La lotta allo spreco alimentare: un impegno per tutti”, edizioni Paoline (2025, 128 pagine, € 12, con la prefazione di Johnny Dotti).
Provo a condividere brevemente alcuni dei pensieri riportati in maniera più estesa nel libro. Per avviare uno scambio, seppur virtuale, di pareri e riflessioni.
Siamo sicuri che i “poveri” debbano accontentarsi solo delle eccedenze?
Dietro la buona intenzione di donare le eccedenze alimentari a chi ha bisogno si nasconde un rischio: quello di considerare le persone in difficoltà economica come semplici destinatari degli “scarti” dei ricchi. Il diritto al cibo non può essere garantito solo con ciò che avanza: deve essere un diritto universale a un’alimentazione sana, adeguata e culturalmente rispettosa.
Ogni giorno, nelle reti di solidarietà alimentare, i volontari si trovano a gestire richieste specifiche – per esempio di chi è intollerante al glutine o al lattosio, o di chi per motivi religiosi non consuma carne suina. Questi non sono casi marginali: in Italia ci sono circa 600mila celiaci e un milione e mezzo di musulmani. Ignorare queste realtà significa ridurre la dignità del diritto al cibo. Non ci si può accontentare di ciò che si recupera, se si ha davvero a cuore le persone che sono in povertà.
Il vero problema, tuttavia, non è la scarsità di cibo nel mondo, ma la sua distribuzione: un terzo del cibo prodotto sul pianeta viene perso o sprecato. Lo dice in un autorevole studio il World Food Programme. Ce ne sarebbe abbastanza per sfamare quattro miliardi di persone in più. La fame, dunque, è una questione di giustizia redistributiva, non di produzione insufficiente.
Il paradosso del non profit: ripara i danni altrui e dice pure “grazie”
C’è un paradosso che vive, e talvolta alimenta più o meno inconsapevolmente, il non profit nella lotta allo spreco alimentare: le imprese che generano e riforniscono di eccedenze sono considerate “donatrici”, anche se in realtà risolvono un proprio problema economico (attraverso la riduzione dei costi di smaltimento e i benefici fiscali grazie alla legge Gadda) più che compiere un vero atto di dono. Il non profit, che viene definito impropriamente “beneficiario”, è invece il soggetto che, con volontari e risorse (anche economiche) proprie, trasforma le eccedenze alimentari da potenziale rifiuto in cibo utile, sostenendo costi delle spese vive come il trasporto, la logistica, i locali di stoccaggio e così via, senza alcun ritorno economico. Questa dinamica crea uno squilibrio: l’impresa trae giustamente dei vantaggi, mentre il non profit si accolla oneri e responsabilità, con tutte le difficoltà che si creano per la sostenibilità economica del progetto stesso. Per superare tale paradosso, serve un cambio di prospettiva: imprese e non profit devono riconoscersi come partner corresponsabili, non come donatori e beneficiari, per costruire un sistema sostenibile che riduca realmente lo spreco alimentare e non ne mascheri le cause strutturali.
Vale la pena investire nella lotta allo spreco? Chi ci guadagna?
Oggi la lotta allo spreco si regge sul volontariato e sulla buona volontà di pochi imprenditori. Ma non può bastare.
Ci siamo chiesti pertanto se ne valesse la pena, anche da un punto di vista economico, oltre che ambientale e sociale, impegnarci così contro gli sprechi. Abbiamo chiesto un supporto agli studenti e alle studentesse del Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università degli Studi di Bergamo che hanno analizzato – grazie al gestionale Bring The Food – il caso della Dispensa Sociale di Bergamo.
Nello studio, promosso all’interno del progetto “Imprese e Sostenibilità”, non solo si dimostra che ogni tonnellata di cibo salvato è un guadagno collettivo: meno rifiuti, meno CO₂, meno acqua sprecata, bensì è stato stimato che ogni euro investito nella lotta allo spreco genera almeno tre euro di ritorno sociale. In termini di cibo ridistribuito gratuitamente alle persone e anche di costi di smaltimento collettivi in meno.
Eppure le organizzazioni che lo fanno non ne traggono profitto: il vantaggio è per tutta la collettività, non per l’organizzazione non profit e neppure per la singola azienda che dona le eccedenze. Pertanto serve una regia politica. Ridurre gli sprechi non è solo un atto etico: è una politica ambientale, sanitaria ed economica. Dobbiamo trattarla come l’energia rinnovabile o la mobilità sostenibile: una priorità strategica per la transizione ecologica.
Da aree di servizio a metterci in movimento
Termino queste riflessioni con il classico: noi che possiamo fare per favorire la transizione ecologica delle filiere alimentari e per ridurre le disuguaglianze? Credo che il non profit, negli anni, sia diventato bravissimo a fornire servizi. In un’epoca di arretramento del welfare pubblico, per fortuna che esiste ancora il Terzo settore! Tuttavia continuare a creare servizi, anche più performanti ed efficaci, non basta, non cambierà il mondo. Il non profit (non tutto, ma la maggior parte) ha smesso di fare politica.
Chi si occupa di spreco conosce la filiera meglio di chiunque altro: sa dove si butta, quanto e perché. Per questo dovrebbe portare la propria voce ai tavoli istituzionali, anche a costo di conflitti con chi finanzia i progetti. Ci sono diverse città che hanno avviato le cosiddette food policy ed è un bene, ma anche il non profit può e deve dare il suo contributo. A Roma, nel 2021, è nato il Consiglio del Cibo, una consulta che riunisce oltre cento realtà per scrivere la food policy della città. Un esperimento nato dal basso, spinto da associazioni come Terra! e Lands Onlus, oggi diventato un modello di democrazia alimentare. Come ricorda Fabio Ciconte, presidente di Terra!: «La trasformazione non è solo buona pratica, è politica. Il cibo è la lente con cui possiamo leggere e cambiare il mondo». E forse è proprio questo il senso ultimo della lotta allo spreco: unirsi per scomparire. Perché il giorno in cui non serviranno più botteghe solidali o dispense sociali, avremo finalmente vinto.
L’autore
Raffaele Avagliano, coordinatore della Dispensa Sociale di Bergamo, progetto di lotta allo spreco alimentare della cooperativa sociale Namasté. Si occupa di comunicazione per il non profit, la cultura e la sostenibilità, è anche giornalista pubblicista dal 2007.