Meno spreco, più condivisione: le lezioni della Danimarca

C’è un paese, in Europa, che negli ultimi dieci anni ha fatto qualcosa che a moltə sembra impossibile: ha ridotto in modo drastico e misurabile lo spreco alimentare, diventando un record continentale. Quel paese è la Danimarca, e io ci ho vissuto e studiato per diversi anni. È lì che è nata la mia ossessione, bella, scomoda, a tratti anche un po’ folle, per il cibo che buttiamo via. Ed è da lì che voglio partire per raccontarvi cosa l’Italia potrebbe imparare, senza bisogno di inventare nulla da zero.


Come sono finita a occuparmi di spreco alimentare

Mi sono trasferita in Danimarca per studiare Integrated Food Studies, un corso di laurea magistrale che guarda al cibo come a un sistema intero, non come a una serie di pezzi separati. Si mettono insieme la produzione, la distribuzione, le politiche pubbliche, il comportamento dei consumatorə e l’impatto ambientale (e tanto altro), per capire come tutti questi elementi si tengono insieme o si scontrano, dal campo alla tavola. È un approccio che mi ha aperto gli occhi: lo spreco alimentare non è mai “colpa” di un solo anello della catena, ma il sintomo di un sistema che va analizzato nel suo insieme.

È stato durante questo percorso che ho iniziato a incuriosirmi a ciò che la società civile danese stava facendo per ridurre lo spreco di cibo. E lì è iniziata una storia che, ancora oggi, non si è conclusa: sto infatti portando avanti un dottorato di ricerca proprio su questo tema.


Cassonetti pieni di tesori: cosa ho imparato dal ‘dumpster diving’

Una delle prime esperienze fatte con lo spreco alimentare, ma anche la più intensa di questo percorso, è stata il dumpster diving: recuperare cibo ancora buono direttamente dai cassonetti dei supermercati, dopo la chiusura. Ne ho parlato anche in un podcast, raccontando quello che ho imparato in anni di “immersioni” in diversi Paesi, Danimarca inclusa.

Se vuoi provare a fare ‘recupera’ dai cassonetti in Italia (è fattibile), non è un’attività da improvvisare. Con l’esperienza si sviluppano delle vere e proprie regole di sicurezza:

  • Mai confezioni gonfie. Se un imballaggio è rigonfio, vuol dire che dentro sta fermentando qualcosa: si scarta subito, senza nemmeno aprirlo.
  • Attenzione ai formaggi e alla carne, soprattutto nei giorni caldi: se un prodotto è ancora freddo al tatto, probabilmente è stato buttato da poco e conservato bene in frigo; se fa caldo, meglio lasciar perdere i prodotti animali più delicati.
  • Frutta e verdura sono quasi sempre sicure, ma vanno lavate con cura (anche con bicarbonato o aceto), perché possono essere entrate in contatto con altri alimenti nel cassonetto.
  • Il naso non sbaglia mai: un odore “andato a male” è il segnale più affidabile di tutti, più della data di scadenza stampata sulla confezione.

Va detto con chiarezza: il dumpster diving, in molti Paesi (Italia compresa), si muove in una zona grigia dal punto di vista legale e può essere considerato accesso non autorizzato a proprietà privata. Non è questo l’invito dell’articolo. È piuttosto un modo per farvi vedere, con i vostri occhi, la scala del problema: quanto cibo ancora buono finisce nella spazzatura ogni singola notte, in ogni città.


Perché in Danimarca è stato così facile iniziare

Una delle cose che mi ha colpito di più, vivendo lì, è stata la facilità con cui si potevano avviare iniziative dal basso. Non servivano permessi infiniti, non servivano anni di burocrazia: bastava un gruppo di persone motivate, un canale social e la volontà di parlarne apertamente. Questo clima ha permesso alla società civile di muoversi prima ancora delle istituzioni.

I numeri raccontano bene questa storia. Le prime spinte per ridurre lo spreco alimentare in Danimarca sono arrivate proprio dalla società civile, in particolare dall’ONG Stop Spild af Mad (“Basta sprecare cibo”), fondata da Selina Juul. Il coinvolgimento precoce della grande distribuzione, seguito poi dal sostegno delle politiche pubbliche, ha portato a una riduzione dello spreco alimentare del 25% tra il 2010 e il 2015, aiutando la Danimarca a raggiungere un record europeo dopo essere partita da livelli di spreco più alti della media UE. Oggi l’85% della popolazione danese dichiara di aver sentito parlare, in un modo o nell’altro, del problema dello spreco alimentare: un livello di consapevolezza collettiva che in Italia siamo ancora lontani dal raggiungere.


La mia esperienza sul campo: Taste the Waste e il frigo comunitario di Nørrebro

Da questa scintilla è nato un percorso molto concreto.

Con Taste the Waste, l’idea era semplice: creare uno spazio dove sperimentare con il cibo in eccesso in contesti comunitari. Insieme ad altrə, abbiamo trasformato, conservato e reinventato alimenti destinati al macero, per immaginare nuovi modi di dare una seconda vita al cibo “avanzato”.

Ma l’esperienza che porto ancora più nel cuore è stata quella come co-fondatrice di Fælleskabet i København (in italiano: “la Comunità di Copenaghen”), un frigorifero comunitario nel cuore di Nørrebro, uno dei quartieri più multiculturali di Copenaghen. L’obiettivo era semplice quanto potente: promuovere la condivisione del cibo in ambito urbano e creare uno spazio dove le persone potessero aiutarsi a vicenda, a prescindere dal background o dalla condizione economica di ciascunə.

Ho avuto la fortuna di rappresentare l’organizzazione in diversi contesti pubblici: seminari organizzati dal Danish Development Research Network, un’intervista con TV2 (l’emittente pubblica danese) e diversi incontri con studenti di Aalborg University, KEA, SDU e dell’Università di Copenaghen. Vedere quanto interesse istituzionale e accademico potesse generare un semplice frigorifero in strada mi ha convinto ancora di più che il cambiamento culturale, quando è genuino e nasce dal basso, si contagia in fretta.

Se volete farvi un’idea concreta di com’era il progetto, potete dare un’occhiata a uno dei post che raccontano il frigo comunitario di Nørrebro.


E la politica? Cosa ha fatto davvero lo Stato danese e cosa hanno fatto le aziende danesi

Il cambiamento in Danimarca non è stato solo “dal basso”: a un certo punto le istituzioni e le aziende hanno iniziato a fare la loro parte, spesso rispondendo proprio alle pressioni della società civile.

Alcuni esempi concreti dalle politiche:

  • Politiche pubbliche di sistema. Lo spreco alimentare è stato inserito nella strategia sulle risorse del governo danese già nel 2013 e, più recentemente, nel piano d’azione per l’economia circolare del 2017. Anche senza un singolo “piano nazionale anti-spreco”, il tema è stato integrato in modo trasversale in più politiche pubbliche.
  • Approvvigionamento pubblico più consapevole. Diversi comuni danesi, tra cui Copenaghen, hanno fissato obiettivi precisi di riduzione dello spreco nelle mense pubbliche (scuole, case di riposo), rivedendo le porzioni, pianificando meglio i menù e riutilizzando gli avanzi in altri piatti.
  • Dialogo continuo tra ministero e grande distribuzione. Il Ministero dell’Alimentazione danese ha costruito negli anni un rapporto di collaborazione diretta e continuativa con le catene di supermercati, puntando su campagne informative congiunte sull’etichettatura delle date, piuttosto che su un approccio punitivo o “colpevolizzante” verso consumatorə o aziende.


Dai supermercati e dalle aziende:

  • La riduzione strutturale nei supermercati. Praticamente in tutti i supermercati danesi vengono applicati sconti sui prodotti “sub-ottimali” (vicini alla scadenza, con imballaggi danneggiati, poco esteticamente perfetti). Alcune delle più grandi catene hanno registrato aumenti consistenti nelle vendite di questi prodotti scontati.
  • Basta offerte “3×2”. Già nel 2008, la catena di supermercati Rema 1000 ha abolito le promozioni tipo “compra 2, prendi 3” (le famose BOGOF, buy-one-get-one-free), che spingono le persone a comprare più cibo di quanto ne serva davvero. La scelta è valsa loro premi per la responsabilità sociale d’impresa e un’immagine aziendale decisamente migliorata.
  • “Guarda, annusa, assaggia”: la campagna di Too Good To Go. La startup danese Too Good To Go — nata proprio per combattere lo spreco — ha lanciato la campagna “Look, Smell, Taste”, che invita le persone a fidarsi dei propri sensi prima di buttare un alimento solo perché ha superato la data stampata in etichetta.
  • “Da consumarsi preferibilmente entro, spesso buono anche dopo”. Sempre insieme a Too Good To Go, aziende come Arla, Carlsberg e Unilever hanno iniziato ad aggiungere ai propri prodotti la dicitura “best before, often good after”: un modo semplice per chiarire che il superamento della data di “consumo preferibile” (diversa dalla data di scadenza vera e propria) non significa affatto che il cibo vada buttato. Un’indagine ha rilevato che quasi il 70% dei consumatorə coinvolti ha dichiarato di sprecare meno cibo proprio grazie a questa etichetta aggiuntiva.


Cosa può imparare davvero l’Italia (senza scopiazzare, ma ispirandosi)

Non tutto ciò che funziona in Danimarca si può trapiantare uno a uno in Italia: sono Paesi diversi, con culture del cibo, strutture familiari e sistemi di vendita al dettaglio molto differenti. Ma alcuni principi restano validi ovunque e possono diventare esempi molto pratici:

  1. Rendere visibile lo spreco, non nasconderlo. In Danimarca la svolta è partita da chi ha reso pubblico e “scomodo” ciò che i supermercati buttavano. In Italia, associazioni come RECUP fanno esattamente questo nei mercati rionali ogni volta che organizzano un recupero: rendono visibile, con i numeri e con le immagini, quanto cibo buono viene scartato ogni giorno.
  2. Facilitare, non complicare, chi vuole fare la differenza. Uno degli ostacoli più grandi in Italia è la burocrazia che scoraggia chi vorrebbe avviare un piccolo progetto di recupero o un frigo di quartiere. Snellire i permessi comunali per queste iniziative, come avviene in molte città danesi, potrebbe sbloccare moltissime energie già presenti nella società civile italiana.
  3. Coinvolgere davvero i supermercati locali, non solo le grandi catene. Gli esempi danesi mostrano che anche un singolo direttore di supermercato, se coinvolto, può fare scelte diverse su come gestire i prodotti in scadenza. Costruire relazioni dirette e continuative con i negozi di quartiere, più che puntare solo su accordi nazionali, può essere una strategia molto efficace.
  4. Etichette chiare e coerenti nel tempo. Il successo delle label antispreco insegna che una comunicazione semplice, ripetuta e mantenuta per anni (non una campagna spot) costruisce fiducia e cambia i comportamenti.
  5. Portare lo spreco nelle mense pubbliche. Scuole, ospedali, case di riposo: sono contesti in cui basta rivedere le porzioni e la pianificazione dei menù per ottenere riduzioni concrete e misurabili, come dimostrano diversi comuni danesi.
  6. Normalizzare la condivisione tra vicini. Un post su un gruppo Facebook di quartiere, una cassetta lasciata davanti a un portone, un frigo comune in un condominio: sono gesti piccoli, replicabili ovunque, che in Danimarca fanno già parte della quotidianità di molte persone.


Per concludere

Lo spreco alimentare non è un problema che si risolve solo con la buona volontà del singolo, né con un’unica legge miracolosa. La lezione più importante che porto con me dalla Danimarca è che il cambiamento arriva quando società civile, imprese e istituzioni iniziano, anche in modo disordinato, anche partendo da una banana o da un cassonetto pieno, a parlarsi e a rispondersi a vicenda.

L’Italia ha già moltissime energie in questa direzione, RECUP è una di queste. Quello che possiamo imparare dalla Danimarca non è “come si fa”, ma soprattutto che è davvero possibile farlo e che i risultati, se ci si mette insieme, arrivano.


Autrice

Irene Di Lauro è dottoranda in Sistemi Alimentari Sostenibili presso l’università della Tasmania in Australia. Ha vissuto e studiato in Danimarca, dove ha co-fondato un frigorifero comunitario a Copenaghen e ha lavorato a progetti di recupero e condivisione del cibo. Oggi porta avanti la sua ricerca sul tema dello spreco alimentare e collabora con RECUP.